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Le origini

 

La Grazzano di oggi lega la sua storia a quella di una delle più celebri famiglie Italiane "I Visconti di Milano".

 

Siamo a Milano negli ultimi decenni del 1200, quando le truppe di Ottone Visconti, emergente figura di condottiero, hanno definitivamente la meglio sulla famiglia dei Torriani e si avviano ad iniziare la Signoria Viscontea che per 170 anni dominerà la scena lombarda costituendo uno dei capitoli più intensi, tormentati e fecondi della storia Milanese e d'Italia. La "Signoria" ebbe inizio di fatto con i fratelli Giovanni e Luchino Visconti.

 

Nelle mani del primo - Arcivescovo di Milano - risiedeva il potere politico, in quelle del secondo la cura degli affari e della amministrazione della città. Luchino seppe risanare il bilancio Comunale, liberò le strade dai masnadieri, abolì le esazioni dei feudatari sui singoli tratti di strada e instaurò grande sfarzo a corte.

 

Morto nel 1349, il potere si concentrò nelle mani del fratello Giovanni, uomo di grande abilità politica che circondato da abili consiglieri e astuti diplomatici, trasformò in carica ereditaria la figura giuridica della Signoria potenziando in tal modo lo stato Visconteo grazie ai due poteri rappresentati in lui: il temporale e lo spirituale. A dimostrazione, soleva presentarsi con la spada nella mano destra e con il pastorale in quella sinistra. Alla morte lasciò eredi i nipoti Matteo, Galeazzo e Barnabò.

 

Questi ultimi, avvelenato il fratello Matteo, si spartirono il Ducato, ma, conoscendosi ben l'un l'altro, seguitarono a spiarsi a vicenda per tema di reciproci assassini. Dell'epoca è rimasta famosa la "quaresima di Galeazzo", complicato e atroce sistema di tortura accompagnato da una liturgia dai riferimenti ecclesiastici che durava quaranta giorni. Tribunali molto spicciativi comminavano la pena, però spesso i condannati, buon per loro, morivano prima del termine della quaresima.

 

Le idee egemoniche dei Visconti erano invise alla Curia Romana e Papa Urbano IV creò una lega anti-Viscontea, lanciando su di loro una scomunica. Quando gli ambasciatori del Pontefice si recarono da Barnabò per la notizia, questi li accolse sul ponte levatoio del castello di Melegnano chiedendo loro, in forma ospitale, se avessero fame o sete. I due risposero di avere fame, Barnabò allora li obbligò a mangiare la bolla Pontificia composta da pergamene, corda, piombo e ceralacca, quindi per ristorarli li buttò a pedate nel fossato.

 

Un giorno Barnabò multò dí 4000 fiorini un mugnaio perché non aveva avuto cura dei due grossi alani affidatigli. Il reo, non disponendo della somma, chiese misericordia; il Visconti la condizionò in cambio della risposta ad una serie di quesiti. Interrogato sull'inferno rispose che in quel posto uomini e donne, alleggeriti dei loro averi, venivano sbranati e squartati proprio come succedeva a Milano in quei tempi, poi alla successiva domanda circa il valore del Barnabò stesso, rispose che questo era pari a 29 denari. Il tenore delle risposte, nonché il basso valore attribuitogli mandò su tutte le furie Barnabò, il quale però alla spiegazione che la valutazione era di un denaro solo in meno rispetto a quanto fu pagato Gesù, si rabbonì, assegnando anzi al malcapitato una ricca rendita.

 

Nel 1378 alla morte del padre, il giovane Gian Galeazzo si affiancava a Barnabò nel governo di Milano; ben presto però il rampollo si sbarazzava dello zio con un piano ben architettato, e a soli 27 anni si trovava ad essere unico Signore di Milano e di ventuno città. Mirò sempre ad espandere il suo regno, che già comprendeva la Lombardia, la Romagna e la Toscana. Era molto potente (per esempio nominò il vescovo di Piacenza senza neppure ascoltare il papa). Stabilì severe pene per chi portava armi e per gli uccisori di piccioni; i bestemmiatori erano condannati al taglio della lingua.

 

Durante il regno di Gian Galeazzo si verificò uno strano fenomeno: nevicò nell'estate del 1388. Negli ultimi anni del '300 furono riveduti gli statuti piacentini che formarono la base del nostro diritto municipale. Probabilmente il duca pensava di riunire tutta la penisola sotto il suo scettro (già il biscione visconteo stringeva d'assedio Firenze), cercò infatti di creare uno Stato unitario, unificato nella sua persona, Istituì una perfetta organizzazione finanziaria per sostenere le enormi spese della sua corte e delle numerose guerre. Fu amico e protettore di poeti e scrittori. Se fosse vissuto più a lungo probabilmente avrebbe potuto condurre a termine l'ambizioso disegno di conquistare buona parte della Penisola. In un certo senso l'Unità d'Italia sarebbe così stata realizzata cinquecento anni prima. Gian Galeazzo mise a disposizione molto denaro per la costruzione di una nuova chiesa: il Duomo di Milano. Il 13 Giugno l386 ne pose la prima pietra. Dal fiume della storia Viscontea devia a questo punto un piccolo effluente verso Grazzano. A Gian Galeazzo infatti si deve la nascita del Castello, del nostro Borgo.

 

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