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Le tre pergamene

Dalle radici ai giorni nostri

 

Come per tanti altri luoghi si ignora l'atto di nascita della contrada di Grazzano.

 

La località è nominata in documenti dell'anno Mille a proposito di donazioni di terre al Monastero di san Savino di Piacenza.

 

Nell'archivio della famiglia Visconti di Modrone sono conservate tre pergamene relative ad atti del XII secolo:

 

Piacenza, 1 Aprile 1114: Sigifredo da Vigolzone e sua moglie Albiza vendono ad Azone Aldeci tutti i loro beni posti nel territorio di Grazano al prezzo di lire sei e mezzo.


Piacenza, 23 Febbraio 1121: Cerolapersico vende ad Ansaldo alcuni suoi beni posti sul fondo di Grazano e nel territorio al prezzo di lire otto.

Entrambi gli atti sono rogati
dal notaio Bonus Johannes.


Piacenza, 3 Marzo 1152: i coniugi Ansaldo di Grazano e Alchinda con il figlio Onidedo vendono a Bernardo, abate del monastero di San Sisto un prato con mulino in Grazano al prezzo di lire settanta e denari dieci di Piacenza.

Atto del notaio Aldradus.

le tre pergamene della famiglia visconti

 

 

Con diploma del 1414 l'Imperatore Sigismondo di Lussemburgo concedeva l'Investitura dei castelli della Riva, Montesanto e Grazzano unitamente ai villaggi di Carmiano e Ponte Albarola a favore di Bernardo Anguissola. Il privilegio fu contrastato dalla nobiltà piacentina e non ebbe effetto pratico finché - nel 1438 - il duca di Milano Filippo Maria Visconti ne confermò i privilegi aumentandoli con 1' aggiunta del diritto di regalie, con la "potestà di coltello" e con l'indipendenza della intera giurisdizione dal Distretto e dal Comune di Piacenza.
Sorsero nuove controversie finché il feudo fu confermato, nel 1459, dal duca Francesco Sforza a Giovanni Anguissola sposato a Margherita Pallavicino.

 

Nel 1462 i rurali della bassa Valnure con a capo Giacomo Pelizzari detto "Pelloia" si ribellarono al duca di Piacenza Francesco Sforza. La rivolta fu domata con la concessione di riduzioni alle tassa sul sale, sulla macina e sui diritti di viabilità. Sette mesi dopo una nuova ribellione al castello di Niviano induce il duca ad un intervento più deciso: ordina a 500 fanti e altrettanti cavalieri in assetto di guerra di stroncare ogni ribellione. Lo scontro avvenne a Grazzano e come, scrive il Giarelli "I contadini furono disfatti e moltissimi tratti, come schiavi in rottura di bando a Piacenza ". Parecchi furono "giustiziati" e mentre il Pelloia capo dei rivoltosi si suicidava, un altro ispiratore della sommossa, il conte Onofrio Anguissola da Statto, venne catturato nel castello di Montechiaro. Tenuto prigioniero per 12 anni a Milano fu poi decapitato nel carcere di Binasco.

 

Nel 1521, nella notte di San Giovanni, il conte Giacomo Anguissola con contadini e banditi di montagna si riunirono a Grazzano per poi procedere verso Piacenza tenuta dai Francesi. Il tentativo di espugnare la città non riuscì, le truppe furono inseguite dai francesi e Grazzano fu distrutto e messo a fuoco.

 

Nel 1526 il conte Roberto Sanseverino, capitano imperiale, condusse a Grazzano anche i famigerati Lanzichenecchi che "ogni cosa misero in preda, sforsarono le done, e quello vino che non potevano bere, lo lasaveno andare fora del la bote".

 

Nel 1547 le mura del castello ospitarono anche i fautori delle tenebrose trame che portarono all'assassinio di Pier Luigi Farnese avvenuto a Piacenza nella Rocca Viscontea. I Capi della congiura erano Giovanni Anguissola di Grazzano, Agostino Landi e i fratelli Pallavicino, ispirati dal potente governatore di Milano Ferrante Gonza a. Fu l' Anguissola a trafiggere il Duca al quale sino a pochi attimi prima aveva finto legami di amicizia. Giovanni Anguissola dopo l'uccisione del Farnese si stabilì in Lombardia e divenne un alto funzionario dell'Imperatore Carlo V.

 

Nel 1576 alienò il castello, terre e beni di Grazzano Maiano e Verano con diritti feudali e giurisdizione ai cugini Teodosio e Alessandro Anguissola - padre e figlio - del ramo di Vigolzone, Folignano e San Polo.

 

Successivamente, nel 1599 i duchi Farnese elevarono il feudo di Grazzano con Maiano e Folignano a Marchesato. I territori, inclusa una presa d'acqua per irrigazione dal torrente Nure, erano al tempo di proprietà del conte Galvano, figlio di Alessandro.

 

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